Di: Dr.ssa Silvia D’Angelo
Psicologa e Psicoterapeuta in formazione in Psicoterapia Centrata sul Cliente (IACP)

Carl Rogers nasce ad Oak Park, Illinois, l’8 gennaio del 1902. Lo stile di vita e i principi familiari ricalcano il rigore e l’austerità dei Padri Pellegrini che tre secoli innanzi avevano fondato le prime colonie in terra americana. Di questa visione del mondo sono parte integrante: la morale calvinista della responsabilità personale non mediata; la fiducia nella possibilità, concessa ad ogni essere umano, di realizzarsi nella vita; lo spirito di completa uguaglianza nei rapporti.
Da qui il rispetto profondo per l’altro, il cui punto di vista è importante al pari del nostro e decisivo nelle scelte che lo riguardano. Tali convinzioni, precocemente assorbite, determinarono gli interessi teologici del giovane Rogers e in seguito ne hanno formato l’opera teorica.
Intorno agli anni ’40 interviene ad un congresso all’Università del Minnesota, durante il quale delinea le tracce di un nuovo tipo di terapia, il cui obiettivo non era quello “di risolvere un particolare problema, ma di aiutare l’individuo a crescere, cosicché egli possa far fronte ai problemi attuali e futuri in modo più integrato. Questa nuova terapia mette in rilievo maggiormente gli aspetti emozionali che quelli intellettuali. Si concentra sulla situazione attuale piuttosto che sul passato dell’individuo. Infine pone l’accento sulla relazione terapeutica stessa come esperienza di crescita” (Kirschenbaum, H., (1979), On Becoming Carl Rogers.).

Così, negli anni ’40, Rogers propone una medicina fondata sulla salute e centrata sulla persona ritenendola più efficace del vecchio modello di medicina centrato sulla malattia. La “Medicina Centrata sulla Persona” potenziava la relazione collaborativa tra i professionisti della salute e i loro clienti.
L’attenzione di Rogers si sposta, quindi, sulle “relazioni d’aiuto”, intendendo con questo termine un tipo di relazione in cui almeno uno dei protagonisti ha lo scopo di promuovere nell’altro la crescita, lo sviluppo, la maturità e il raggiungimento di un modo di agire più adeguato ed integrato nell’altro. Questa relazione potrebbe, dunque, intendersi come una situazione in cui uno dei partecipanti cerca di favorire, in una o in ambedue le parti, una valorizzazione maggiore delle risorse personali del soggetto ed una maggiore possibilità di espressione.
La nuova teoria di Carl Rogers intende superare il pessimismo antropologico di Freud. «Dico francamente – scrive – che non condivido il punto di vista tanto diffuso secondo cui l’uomo è un essere fondamentalmente irrazionale i cui impulsi, se non fossero controllati, condurrebbero alla distruzione sua e degli altri. Il comportamento dell’uomo è invece squisitamente razionale e si orienta, con una complessità sottile e ordinata, verso le mete che l’organismo gli pone ».(Rogers, C.R., (1994), La terapia centrata sul cliente, tr. it., Martinelli, Firenze.)

Esiste nell’essere umano una forza essenzialmente positiva, che Rogers chiama tendenza attualizzante. L’uomo possiede dunque una energia che, quando non viene ostacolata, lo spinge naturalmente verso ciò che è il suo bene. Compito della psicoterapia è quello di eliminare quegli ostacoli e consentire a questa forza di operare. Poiché l’individuo ha in sé le risorse per guarire, dovrà essere egli stesso al centro del processo terapeutico: per questo la psicoterapia rogersiana si chiama centrata sul cliente.
Il pensiero di Rogers ha carattere aperto, sperimentale, niente affatto dogmatico, poiché ha alla sua base una intuizione della vita come un fluire di esperienze che cambiano di continuo, la cui ricchezza può spaventare e indurre a chiusure ideologiche, e che invece deve essere accettato come tale; bisogna abbandonarsi al corso dell’esperienza per avere una vita piena di significato.

Rogers non individua dunque princìpi indiscutibili, ma una serie di osservazioni tratte dall’esperienza che, pur nella loro provvisorietà, possono aiutarci a comprendere le nostre esperienze. Per Rogers, infatti, l’esperienza è la “maggiore autorità”. Secondo lo psicologo è all’esperienza che bisogna rivolgersi ripetutamente per scoprire la verità che matura progressivamente dentro di noi. L’esperienza non è autorevole perché infallibile, ma perché può sempre essere controllata in modo nuovo e diretto; in questo modo gli errori e la fallibilità si possono sempre correggere.

Una prima osservazione è che non serve a nulla assumere una facciata nei rapporti interpersonali. La nostra educazione ci impone di mascherare spesso le nostre emozioni per offrire all’altro una faccia che non risulti sgradevole. Per Rogers questo è un errore che porta a nulla di buono. E’ importante, invece, essere sé stessi ed accettarsi; ma per essere sé stessi, è importante non farsi guidare da ciò che gli altri dicono di noi. Bisogna, è vero, fare attenzione ai giudizi degli altri, senza però che questi possano mandare in crisi, perchè ciò ci può impedire di essere noi stessi.

L’esperienza, tra l’altro, ci dice anche che alcuni tra i momenti più belli della nostra vita sono caratterizzati dalla presenza degli altri; riuscire a capire gli altri, i loro sentimenti ed il loro mondo interiore, accettarli, sono cose che non solo rendono migliore la vita, perché consentono di essere sé stessi, ma ci arricchiscono. E’ importante dunque gettare dei ponti tra sé e gli altri, permettere agli altri di comunicare pienamente con noi. Possiamo dire che ogni persona è un’isola in sé stessa, e può gettare dei ponti verso le altre isole solamente se vuole ed è in grado di essere se stessa.
Queste osservazioni possono ricondursi a una tesi: è importante essere sé stessi e consentire agli altri di esserlo.

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