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Scritto da: Dott.ssa Chiara Centomo

La scienza, nell’interessarsi ai suoi eventi, fa ampio uso di modelli, ovvero di rappresentazioni che corrispondono ai fenomeni da comprendere per il fatto di riprodurne alcune caratteristiche fondamentali.

Essi consentono ai ricercatori di “mappare” qualcosa di ignoto o di cui possiedono solo pochi dati appoggiandosi a ciò che essi già conoscono. Questo passaggio è fondamentale nell’elaborazione teorica, in quanto permette di concettualizzare anche ciò che non risulta direttamente accessibile o di cui ci limitiamo a postulare l’esistenza; l’obiettivo è arrivare ad una conoscenza sempre meno approssimativa dell’evento in questione attraverso le osservazioni, le manipolazioni e le elaborazioni di ipotesi sul modello.

Lo scienziato e filosofo Thomas Khun (1979) porta numerosi esempi di questo meccanismo: Rutherford per delineare la struttura dell’atomo utilizzò come modello il sistema solare, mentre Newton arrivò a concepire la gravitazione universale per analogia con l’attrazione interpersonale. Inoltre pare che Kekulè abbia visualizzato la configurazione del benzene quando sognò che gli atomi si muovevano come l’uroboro, il mitico serpente che si morde la coda. Anche Watson e Crick arrivarono a spiegare la natura DNA quando cominciarono a pensarlo come una “doppia elica”, mentre attualmente molte conoscenze sul genoma vengono sviluppate in analogia con un software che fornisce le istruzioni da cui dipendono tutte le manifestazioni della vita.

Dunque, almeno all’interno del “contesto della scoperta” anche la scienza parla per metafore, che vengono impiegate come necessarie costruzioni della ragione per raggiungere una conoscenza più “esatta”.

I modelli, tuttavia, non dipingono fedelmente il fenomeno che intendono catturare, in quanto costituiscono una “mappa” utile ad anticipare la conformazione di un territorio di cui non si ha una conoscenza di prima mano, per poterlo esplorare.

Per questo nel corso della storia della scienza uno stesso evento può essere stato descritto in molti modi, utilizzando metafore anche molto diverse, ognuna delle quali ha contribuito a metterne in luce aspetti differenti. Anche la teoria e il linguaggio psicologico sono densi di metafore, più o meno riconoscibili: è proprio nell’elaborazione di modi metaforici di concepire l’esperienza umana che risiedono le radici stesse della psicologia, intesa come spazio teorico legato alla riflessione sui meccanismi della mente e del comportamento.

Già Freud affermava che "in psicologia possiamo solo descrivere le cose con l’aiuto delle analogie. (…) Ma dobbiamo cambiare costantemente queste analogie, poiché nessuna di esse dura abbastanza”: anche i termini fisiologici e chimicisono solo parte di un linguaggio figurativo; ma (…) col quale siamo familiari da più tempo e che forse è anche più semplice” (Freud, 1926, p. 195, in Morabito, 2002, p. 34).

Dunque, anche e soprattutto i concetti di psiche e di mente con i loro processi intellettuali o emotivi sono il prodotto di una storia fatta con le metafore di volta in volta disponibili nel discorso: la mente è stata concepita come soffio vitale, come energia o come corrente elettrica, mossa da spiriti animali o da fluidi nervosi, un software che gira in un hardware, fino ad arrivare all’odierna elettrochimica dell’impulso nervoso.

La mente in metafore Cartesio, solidificando la radicale distinzione tra corpo e mente, spiegò in termini meccanicistici tutte le funzioni corporee, incluse le emozioni e i comportamenti. Ispirato dalle figure che canalizzavano l’acqua del giardino reale di Saint-Germain-en-laye, cominciò a pensare che se l’uomo poteva produrre creature meccaniche simili a quelle viventi, per Dio doveva essere stato semplice produrre dei corpi animati che agiscono secondo principi meccanici elementari.

Molto prima della psicologia cognitiva, i fenomeni mentali divennero il prodotto di processi meccanici; questo approccio fu alla base anche delle concezioni di Freud sulla statica e sulla dinamica della mente. Anche se Cartesio aveva pensato la mente come indivisibile, inestesa, unitaria, non spaziale e, quindi, senza componenti interne, contrapposta alla res extensa del corpo, non fu in grado di sbarazzarsi del parametro spaziale: essa non esiste in un luogo specifico perché, anche linguisticamente, “è” un luogo in cui c’è qualche contenuto; si può visitare e studiare, ha una sua architettura organizzativa e una certa struttura portante.

Cruciale per il passaggio dalla fisiologia alla psicologia fu il concetto di “riflesso”, in un’ambigua commistione di meccanica e biologia di corpo e mente: come uno stimolo sensoriale e una risposta motoria si associavano sul piano fisiologico, così anche su quello psicologico la produzione di un comportamento poteva essere spiegata (metaforicamente) da un tale automatismo.

Tra il Seicento e l’Ottocento questo concetto divenne il meccanismo esplicativo di tutto il comportamento e se ne ricercarono le basi fisiologiche; passando per trasformazioni e sviluppi successivi, si affermò quindi in quel paradigma associazionistico e sensomotorio che Wundt adottò come legittimazione teorica e quadro di riferimento della propria psicologia scientifica.

Questi tentativi meccanicistici di spiegare la natura della mente hanno influenzato la teorizzazione di molti pensatori fino ad oggi, riversandosi anche nel linguaggio e nella conoscenza comuni. Infatti, man mano che si susseguivano le teorie psicologiche e in modo proporzionale con il loro successo “popolare”, il linguaggio si riempiva di espressioni e termini ad essi coerenti. Il risultato è che nel lessico odierno convivono una miriade di metafore cristallizzate che si riferiscono alla mente e ai suoi processi.

Alcuni esempi: - la mente “come se” fosse una macchina: “mi sono arrugginito” - la metafora computazionale: a partire da un input immesso viene prodotto un determinato output (un comportamento) - la mente come oggetto: “ha un Sé forte” o “fragile” - il campo energetico: “ho bisogno di riposarmi per ricaricarmi”

Tuttavia le parole prese a prestito da un certo genere discorsivo (la meccanica, la fisica) trasferiscono nell’ambito della psicologia non solo i modi di dire, ma anche gli schemi di pensiero e di analisi propri di quest’ambito conoscitivo. Così, quando la mente umana è metaforicamente caratterizzata come un sistema di processing di informazioni l’intero apparato di conoscenze e credenze sui sistemi di processing va ad influenzare come eventi e processi mentali sono concepiti e interpretati e, quindi, cosa si può fare “con” o “su” di loro.

Lo stesso meccanismo avviene utilizzando metafore alternative, altrettanto diffuse, come quella del social network, secondo cui “per fare una mente ci vogliono due cervelli in interazione”. Svilupperemo questo discorso nella seconda parte dell’articolo.

BIBLIOGRAFIA

BARCLAY M. W. (1997), The metaphoric foundation of literal language, Theory and Psychology, 7, p. 355-372

CENTOMO C. (2011), Il ruolo delle metafore nella costruzione dell’esperienza, in www.psicolife.com

FACCIO E., SALVINI A. (2006), Le “metaforizzazioni” nelle pratiche discorsive della psicoogia clinica, in MOLINARI E., LABELLA A. (2006), Psicologia clinica. Dialoghi e confronti, Springer, p. 123-138

KHUN T. (1962), The Structure of Scientific Revolutions, Chicago University Press, Chicago

LAKOFF G., JOHNSON M. (1980), Metaphors we live by, University of Chicago Press, Chicago

LEARY D. (1990), Metaphors in the History of Psychology, Cambridge University Press, Cambridge

MORABITO C. (2002), La metafora nelle scienze cognitive, McGraw-Hill, Milano

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