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del Dr. Emanuele Mazzone

Nell’ultimo mezzo secolo, numerose teorie si sono succedute nel tentativo di spiegare la fenomenologia ipnotica, privilegiando ad esempio l’aspetto intrapersonale e soggettivo dell’esperienza ipnotica e considerando quindi la trance come una forma di regressione adattiva in funzione dell’Io, oppure privilegiando il contesto psico-sociale e considerando la fenomenologia ipnotica come il risultato di un processo di falsificazione della realtà, centrato sul rapporto transferale positivo con l’ipnotista, o ancora, enfatizzando il ruolo della relazione tra l’ipnotista e l’ipnotizzato, non solo nel successo dell’induzione ipnotica, ma anche come fattore essenziale nello sviluppo della fenomenologia ipnotica stessa.

La teoria psicoanalitica, per citare un esempio, ha interpretato il fenomeno ipnotico come il risultato di un processo psicodinamico articolato in una sequenza di fasi. Queste fasi procedono dall’eliminazione dei canali comunicazionali, alla riduzione dei confini dell’Io, all’introiezione della figura dell’ipnotista, fino alla nuova espansione dell’Io nella “realtà ipnotica” (De Benedittis, 2006).  
Le teorie di stampo comportamentista hanno spiegato il fenomeno ipnotico come una forma di apprendimento appreso che si conforma alle stesse leggi di tutti gli altri tipi di apprendimenti.

Per Tart (1969), la trance corrispondeva ad uno stato di coscienza alterato, creato artificialmente, attraverso il processo di induzione e capace di restringere la funzione dell’attenzione, per mezzo delle suggestioni proposte dall’operatore.
M. H. Erickson considerava l’esperienza ipnotica come una dinamica condivisa sia dall’ipnotista che dall’ipnotizzato, nel senso che, ambedue diventavano altamente responsivi al contesto dell’interazione, in una relazione di interdipendenza.

Watzlawik (1978), descriveva la trance come un prodotto dell’asimmetria emisferica ed ipotizzava che nell’esperienza dell’induzione ipnotica l’emisfero sinistro venisse “distratto”, mentre l’emisfero destro, con la sua componente processuale di tipo globale e intuitiva divenisse dominante.

La teoria neo-dissociativa (Hilgard 1977) ha fornito un modello esplicativo secondo il quale, lo stato ipnotico determinava delle modificazioni nelle strutture di controllo cognitive, per cui i processi cognitivi del soggetto ipnotizzato non erano più disponibili alla coscienza ordinaria, anche se, una parte dissociata dell’ “io ipnotico”, definita “l’osservatore nascosto”, manteneva la normale percezione. I fenomeni della trance potevano quindi essere considerati come forme di distacco del soggetto dall’abituale modo di funzionamento della coscienza e dalla funzione di monitorizzazione della realtà. Questa teoria postulava la presenza di un sistema cognitivo multiplo, coordinato da un “Io Esecutivo”, al quale erano subordinati dei sottosistemi di controllo cognitivo, organizzati gerarchicamente e l'ipnosi, come anche il sonno fisiologico, era in grado di modificare l'assetto gerarchico di questi sottosistemi, riducendo la dominanza dell’ “Io-Esecutivo” (Chellini, 2005).

Gruzelier, nel 1998, ha proposto un interessante modello, dinamico e multifasico del processo ipnotico, secondo il quale l’induzione ipnotica si articolerebbe in tre fasi principali. Nella prima fase si elicita l’attenzione del soggetto con corrispondete attivazione dell’emisfero sinistro. Nella fase successiva, caratterizzata dall’accettazione acritica da parte dell’ipnotizzando delle suggestioni fornite dall’ipnotista, si assiste ad una inibizione dell’emisfero sinistro e nella terza fase, si ottiene la risposta ipnotica, caratterizzata dall’attivazione emisferica destra (De Benedittis, 2006).

Nel tentativo di identificare un diverso funzionamento del sistema nervoso centrale in ipnosi, Gruzelier, in uno dei primi studi di imaging, ha evidenziato un’attività neuronale qualitativamente e quantitativamente diversa, in soggetti altamente ipnotizzabili, in condizioni di veglia e di trance ipnotica. Nello studio, un gruppo di volontari, metà dei quali molto suscettibili all’ipnosi e metà poco suscettibili all’ipnosi, sono stati sottoposti ad un test cognitivo, lo Stroop test, in condizioni di veglia ed in stato di ipnosi. Tutti i volontari svolgevano il compito ed il loro cervello non mostrava discrepanze di attività durante lo svolgimento della prova. In ipnosi, invece, i soggetti più suscettibili mostravano un’intensa attività a livello della corteccia prefrontale sinistra e nelle regioni anteriori del giro del cingolo, rispetto ai soggetti poco suscettibili all’ipnosi. Gli individui altamente ipnotizzabili avevano quindi un’abilità naturale nel focalizzare l’attenzione, ma, dal decremento della performance in ipnosi, si poteva ipotizzare che, il loro controllo attentivo fosse compromesso a causa della dissociazione fra i processi di monitoraggio del conflitto e quelli cognitivi di controllo del lobo frontale (Antonelli, 2007).

Attualmente le teorie più accreditate per la spiegazione del fenomeno ipnotico mettono in risalto gli aspetti neurofisiologici dell’ipnosi ed il modello esplicativo maggiormente riconosciuto è quello del controllo dissociato di Woody e Bowers, (1994) (Ducci e Casilli, 2004). Secondo tale modello, durante l’ipnosi, avverrebbe la perdita temporanea del controllo delle capacità percettive e motorie di base, prodotta dalla dissociazione tra meccanismi pre-programmati responsabili di iniziare e portare avanti le funzioni motorie, le funzioni cognitive di base ed il sistema di supervisione dell’attenzione, responsabile di individuare obiettivi e di monitorare proprio processi pre-programmati.

La teoria del controllo dissociato si basa sulle ricerche neurospsicologiche con pazienti con disfunzioni del lobo frontale, i quali appaiono in grado di iniziare e realizzare molti compiti isolati, ma non riescono a coordinarli ed a definire la priorità di esecuzione in compiti simultanei. Nei soggetti con danno frontale a carico del sistema di supervisione dell’attenzione, la prestazione in compiti di pianificazione e flessibilità cognitiva è scarsa, mentre in soggetti altamente ipnotizzabili, la prestazione è così alta, da far pensare ad un’aumentata flessibilità cognitiva (Ducci, 2005).
Sebbene nessuna teoria, almeno fino ad ora, sia stata in grado di produrre un modello esplicativo esaustivo dell’ipnosi, ognuna ha avuto il merito di illuminare alcuni aspetti del processo ipnotico. Si deve infatti rilevare che le diverse teorie hanno tutte degli elementi in comune, come lo stato modificato di coscienza, il restringimento del campo di realtà, la focalizzazione dell’attenzione e la suggestionabilità.
L’orientamento prevalente considera l’ipnosi come un processo neurobiologicamente documentato, sostenuto e condizionato dal contesto psicosociale.

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