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Simbolo, simbolizzazione e passaggio all’atto

Di: Dr. Daniele Irto

Ma che cos’è un simbolo?
E, tanto per essere scettici, siamo sicuri di voler dare tanto valore ad un elemento così apparentemente astratto nel processo di sviluppo e mantenimento di un contesto clinico e psicopatologico del genere di cui sopra?
Ebbene, rispondendo ancora secondo una visione dinamica della psiche, dobbiamo considerare innanzitutto che nel mondo psichico il simbolo, per dirla con Carl Gustav Jung, rappresenta un'espressione che rende nel miglior modo possibile un dato di fatto complesso e non ancora afferrato chiaramente dalla coscienza .
Quindi ciò che dal mondo inconscio trasale e comunica nel suo stesso esistere e manifestarsi, prende una forma simbolica ogni qualvolta il mondo conscio non sia in grado di accogliere con continuità e comprendere integralmente il messaggio. In breve, ogni qualvolta il messaggio venga letto come un messaggio, ossia discriminato nel fluire degli eventi come oggetto diverso, “scisso”, o “altro” da sé, e non in quanto parte di un’intima e olistica dinamica di scambi.

 

Questo vale sia in ambito individuale, relativamente a simboli soggettivi, sia in ambito culturale, relativamente a simboli collettivi.
Detto in altri termini, stiamo parlando di un problema di scissione-separazione, un problema di integrità.
In un ottica di sviluppo e “realizzazione del Sé”, nel senso più ampio che possiamo dargli, il simbolo rappresenta comunque una sorta di possibilità “ambivalente”, progressiva e regressiva al tempo stesso: da un lato un’anticamera all’intima comprensione e metabolizzazione di contenuti importanti su se stessi e/o sulla realtà (del resto due facce della stessa medaglia), risultato “sintetico” di un gioco di forze conflittuali, “unificatore di coppie di opposti”, anzitutto conscio e inconscio e di seguito tutte le altre qualità antitetiche ad essi collegati. Dall’altro una sorta di schermo rispetto ad una conoscenza diretta del mondo, un velo che ci allontana dal reale o integro senso delle cose, da una diretta connessione con la fluidità, quiddità e semplicità degli eventi, (psichici e non, se proprio vogliamo distinguerli); in breve, una rappresentazione, potremmo dire “illusoria”, o “immaginifica”, che per quanto adattativa ha in sé il potere di alienarci, separarci e scinderci dalla realtà, dalla sua vividezza e immediatezza, proprio a specchio di quanto siamo alienati, separati e scissi “da” e “in” noi stessi.
In quest’ottica il simbolo può essere inteso alla stessa stregua del “farmacòn” del mondo greco, divenendo a seconda dei casi e del punto di vista sia il male che la cura, sia veleno che sostanza con proprietà curative (antidoto).

In ogni caso è sempre lo stesso Jung a sottolineare più volte nelle sue opere quanto l’uomo sia sempre più drasticamente scisso nella sua integrità originaria, vivendo in una costante e sempre più estrema disarmonia tra conscio e inconscio, in una sempre più netta separazione e conflittualità interna ed esterna.
La nostra stessa società comune diviene sempre più differenziata e discriminante, sempre più sterilmente analitica e razionale, “chiedendo” a sua volta sempre maggiori scissioni e atteggiamenti dialettizzanti, compromesso essenziale perché la psiche individuale possa continuare ad esserne parte.
Ma questa appartenenza viene pagata cara.

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