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Ipnosi Trance e Cultura: Mongolia, Diario di un viaggio

 

“Niente è vero,

 o vero può esser tutto..

basta crederlo per un momento,

e poi non è più, e poi di nuovo e poi sempre

                                    o per sempre mai più” 

(L. Pirandello)

 
Questo diario raccoglie le impressioni lungo il viaggio in una terra meravigliosa e infinita; la Mongolia.Un viaggio dentro sé stessi, su strade con sentimenti, fino ai confini con la Siberia, a contatto con gente straordinaria nella sua semplicità, con monaci tibetani e sciaman, veri maestri della trance ed testimoni di culture che stanno oramai scomparendo.
 


Di: Dr. Mario Talvacchia
Psicologo. Scuola Italiana di Ipnosi e  Psicoterapia Ericksoniana (S.I.I.P.E.)

 

Appunti di Viaggio

Ogni viaggio inizia da un punto dentro di noi, da un attimo folgorante che ci spinge verso…non importa dove e neppure quando. C’è solo che un giorno ci s’incammina per nuove strade, verso nuovi orizzonti interiori e poi dopo un po’… ecco l’aeroporto di Mosca in un gelido giorno d’Ottobre. Uno sguardo ai tabelloni; Ulaan Bator, ore 21:00 ... ma dove stiamo andando?
Poi, all’uscita dell’aeroporto della capitale, tanta curiosità attorno a noi: da dove vengono questi stranieri?
Disorientati, ci accorgiamo subito che siamo molto lontani, forse troppo. Un duro colpo per la mente, siamo già immersi in una strana atmosfera, in uno stato vicino al sogno e la coscienza vigile inizia a mostrare delle crepe. Spaesamento, disorientamento; sale l’ansia. In giro per la capitale sembriamo degli spettri!
(…) Ci allontaniamo dalla capitale con la sensazione di avventurarci nello sconosciuto, di entrare in uno stato di coscienza altro. Via verso Nord, a bordo di un Furgon di fabbricazione russa, vecchio di trent’anni. Ore ed ore viaggiando, sempre più lontani, sempre più piccoli! Che strano gruppo! La guida Isnhimaha, la traduttrice Nandja, il vecchio antropologo ed etnologo, e noi due, Mario e Tullio. Giorni di viaggio prima che le strade si trasformino in terra e infine in non-strade.
(…) Una valle incantata… c’è solo silenzio, silenzio e ancora silenzio! Il cielo si unisce alla terra, orizzonti sconfinati, sono pochi i nostri sensi per tutto questo. Possiamo avvertire il battito del nostro cuore, mentre il richiamo di un’aquila squarcia un mondo.
La trance è trovarsi catapultati in un’altra realtà, entrare in uno spazio estraneo, incerto, sconcertante… di colpo la Mongolia, vasta, sterminata, infinita. Una realtà ampia alla quale fai fatica a credere, un terremoto per la coscienza. L’ampiezza degli spazi, i venti che t’investono, ti trascinano, e tutto ciò di fronte al nulla, al vuoto, il grande vuoto.
Paesaggi interiori sconfinati, sembra di galleggiare… in silenzi profondi. Emozioni. Le parole non servono…
Il monastero buddista è fermo nello spazio e nel tempo, avvolto da un’aura impenetrabile, un monaco anziano osserva gli allievi intenti a spaccare la legna; dove ci troviamo?
Notte silenziosa di fianco al monastero, è difficile dormire. Solo per me?
È mattino. Ancora il vento. Freddo, intenso, vento fortissimo. Cerimonia sacra nel monastero che ospita solo bimbi. Sguardi che attraversano le barriere, vanno oltre la persona, il suono delle trombe, i sutra,  il profumo del ginepro!
I monaci, anch’io spacco legna con loro, restiamo alcuni giorni insieme a loro, poi il monastero tutto per noi per la meditazione!
Lo sciamanesimo e il buddismo uno al fianco dell’altro….appena sopra il monastero ecco altari sacri agli spiriti degli sciamani morti, gli ‘ovoo’…!!!
(…) Lasciamo la valle incantata per il nord, quanta serenità, pace, leggerezza in questo tempo… Poi scopriamo che ‘Amarbayasgalant’, il nome del monastero, sta per ‘calma e felicità’. Noi lo avevamo saputo con il corpo, erano le sensazioni che avevamo provato in quei giorni, le avevamo sentite senza saperlo!
Quest’ansia compagna di viaggio e della vita, che non ti lascia mai solo, a volte pare sopirsi per poi tornare a farsi sentire. E ancora la trance, ancora l’uscir fuori, l’andar via… staccarsi dalle radici.
Chilometri e chilometri tra sentieri e mulattiere, distanze spaziali, gli sguardi curiosi e timorosi della gente semplice, nomade, in continuo spostamento senza certezze, senza! Il sorriso dei bimbi che giocano con il vento, si apre in un gioso saluto al passaggio dello ‘straniero’.
 (…) Gli ‘ovoo’ ci rammentano che siamo il una terra sacra, nella quale lo spirito si fonde con la materia, in ogni attimo che qui pare eterno, che dura per sempre. Tre giri intorno all’ovoo gettando qualcosa come offerta.
Lo sciamano buriate che ci accoglie in una ‘ger’, la tenda mongola, per una cerimonia nera, per vedere nel futuro. Quella bianca serve invece per la guarigione. Ritmo del tamburo e cantilena, poi la trance… uno spirito giovane che chiede,  una vecchietta che benedice il nostro viaggio! Chi era in trance noi o lo sciamano?
(…) Verso nord, verso i confini con la Siberia, i confini tra due stati….si! Bulgan spettrale, Moron l’ultimo contatto col mondo, poi Khovsghol Nuur, fratello del Baykal, il lago siberiano, sacro allo sciamanesimo.
Ci si sveglia sotto una spessa coltre di neve…è tutto così strano.
(…) Ancora verso nord… dalla sciamana ‘darkhad’ per poi, dopo due giorni di cammino a cavallo, raggiungere gli uomini renna, gli ‘tsataan’, che ci aspettano grazie al vecchio professore che si è dimostrato una vera guida verso zone sconosciute agli occidentali, ovvero uno ‘stalker’ direbbe Tarkovskij. Intanto  l’ansia mi ricorda chi sono!
(…) Ti svegli e non sai dove sei… chi sei… Chi sono? Un turbine di emozioni diverse mi avvolge: che fatica riordinare la mente!
Centosettanta chilometri. Quindici all’ora, in questa non-strada, povero stomaco!  Fortuna non mangiamo molto, di cibo non ce né sempre.
(…) Il paesaggio t’incanta; ecco la trance, di nuovo come in un sogno, in una realtà extra-ordinaria. Il vecchio professore, l’assistente figlia della sciamana e da lontano un villaggio sperduto nel nulla, che compare tra le nebbie del tempo. Lo sguardo di una bimba ed è tutto lì… 
Si procede, ma verso dove? Non si arriva mai. Tanto “una strada è solo una strada”, direbbe lo sciamano yaqui, Don Juan, e “tutte le strade sono uguali…non portano da nessuna parte!”
Verso sera si arriva in una valle magnifica e immobile. Il letto di un fiume immenso e vuoto…
(…) Tanti bambini. E in casa della sciamana è come essere a casa, da sempre. Lei è una donna affettuosa, una madre accogliente. Si parla e si scherza in attesa che faccia buio, il momento migliore per il rituale. Bisogna attendere tutto il giorno perchè gli spiriti si appoggino sul mondo, aspettare la fusione dei mondi, i passaggi, i ponti…la trance!
Accorrono altre persone del villaggio. Insieme e con grande cura i preparativi continuano. La donna, grazie al santo professore, ci permette di riprendere la prima fase fino all’entrata in trance, quando non sarà più lei!
Tutto il giorno durano i preparativi, con calma e sicurezza.
La nipotina è incuriosita da questi strani occidentali… mangiamo insieme e poi fuori la vita va avanti anche se il tempo sembra fermarsi. Verso sera tutto è ammantato da un’atmosfera surreale… La pelle del tamburo è tesa al punto giusto vicino al fuoco; la donna indossa abiti diversi e poi il suono del maranzano (sembra il nostro scacciapensieri) che annuncia il passaggio è un richiamo che ci attira verso una realtà sconosciuta. È  ora di indossare il vestito sciamanico, il vestito con il quale si attraverserà un mondo per andare tra forze conosciute solo allo sciamano, il mondo degli spiriti, con il tamburo come cavallo per il viaggio,  fatto con pelle di renna femmina. Ha maggior potere.
Offerte con dolci e cantilene, vodka, timo… poi la cantilena che ci scuote e proietta in una dimensione nuova. Incanto, incantesimo, poi il risveglio e gli spiriti che ci lasciano dei messaggi. Il senso della vita, chi siamo, il nucleo dei nostri disagi, la sensazione di aver ricevuto un grande dono!
(…) Notte gelida in una baracca dove si pranza con carne di montone fritta,  poi saluti e via verso il nord, verso Tsagaan Nuur. Attraversiamo mondi incantati, laghi, fiumi, distese di neve, praterie sterminate, a detta del prof. siamo nella parte più bella della Mongolia, le montagne appena imbiancate sembrano guidarci verso il punto di confine, la zona limite, la borderline… della psiche, si rischia l’annullamento, è tanto, troppo; quante emozioni! Mentre superiamo infiniti valichi, il vecchio antropologo ci avverte che tra gli uomini renna, gli tsataan, il potere è palpabile ed è bene non fissare negli occhi questi ultimi superstiti in estinzione, abili ipnotisti, incantatori …il rischio è di rimanere lì, fermi in un presente atemporale …incantati! Il loro sguardo va oltre, attraversa, entra dentro, verso l’anima e colpisce. Meglio sviare, fuggire sguardi verso l’oltre.
(…) A Tsagan Nuur troviamo un rifugio in riva allo splendido lago sul quale si riflettono le montagne innevate. Una famiglia di pescatori divide la casa con noi e nella stanza non siamo soli. Rumore di topi, cena e poi nei sacchi a pelo. Notte di bufera, tanta neve; andremo avanti verso nord?
(…) Sveglia presto e subito a bordo del furgon. Ci guida una donna ‘tsataan’ che vive in riva al lago, il suo piccolo Bayrnyiam, così si chiama, sembra già un guerriero. Avanziamo con difficoltà. Attraversare il lago su una chiatta (tavole unite alla buona) spinta a mano, facendo leva su dei cavi… La Siberia si fa sentire con i venti gelidi: è appena oltre.
(…) Avanziamo lentamente, tutti gli spettri e le paure si fanno sentire, poi il vento forte, il silenzio profondo…dove stiamo andando? Cosa accadrà? Ore ed ore a cavallo, gli spiriti accorrono in soccorso, il tempo migliora e anche le nostre sensazioni! Da lontano il fumo da alcune capanne (non ‘ger’ mongole ma capanne) come quelle degli indiani che emigrarono dalla Siberia verso il nord America. Il sole e il vento, una valle meravigliosa, un incanto, un posto assurdo; entriamo in un altro mondo e anche i cavalli sembrano sentire il passaggio, lo sconfinamento, di nuovo la trance, il silenzio denso, pieno; è il mondo selvaggio che ci abbraccia. Smarrimento e spaesamento, poi ancora qualche ora prima di entrare in questa ‘Sangri La’, in questa ‘Shambhala’ ferma nel tempo. Ecco le renne, che spettacolo! I bimbi ci vengono incontro timorosi e curiosi: siamo tra gli uomini renna, tutti nelle tende, solo pochi si fanno vedere. Montiamo le nostre tende che è già notte… quanto freddo! Notte con neve, riusciremo a tornare indietro?
Ancora il silenzio, ancora il niente, il nulla, le renne, il ruscello ghiacciato. Visita alle famiglie, grazie vecchio professore di averci guidato fin qui, non potremo mai ringraziarti tanto. Qui le domande scompaiono, i dubbi svaniscono, le insicurezze, le paure, le ansie vanno via con il vento; tutto è nel vento, nel bosco, nel fiume, nel fuoco e non c’è altro. Siamo alle origini, agli albori della razza, quanto ci sentiamo a casa?
Una vita semplice e dura, in costante contatto con le forze della natura, poi la giovane sciamana cieca. Il contatto con gli spiriti è costante, sempre presente, nell’attimo eterno, uomini semplici e generosi, timidi con un profondo rispetto per tutto; l’acqua che si coglie al ruscello, la legna che il bosco offre, la caccia con il rituali. Un flusso di energie costante. Tutti gli incontri lasciano qualcosa…
(…) Ritorno sulle rive del lago Tsagan Nuur… mentre il tempo scorre senza senso, va da sé. Giornata al lago in attesa dell’incontro serale: il vecchio antropologo ci guiderà in un posto dove nessun occidentale è mai stato, una zona nel bosco sterminato e lì, in una capanna, potremo conoscere uno sciamano dell’etnia Tsataan che non ha mai avuto contatti con occidentali. È previsto un rituale quella sera e forse potremo partecipare!
Usciamo nel buio col vento forte e tanta neve. Praterie, colline e infine la boscaglia… una capanna di legno e tanti occhi che brillano nell’oscurità della notte. Ci accolgono facce incantate, sguardi profondi di gente semplice e forte, occhi che non mancano il bersaglio. Tanti bimbi.
(…) Siamo catapultati dentro un altro mondo, il ‘solito’ passaggio, la solita trance, lo sconfinamento, l’attraversamento, lo squarciamento dei veli, l’uscire fuori da… Lume di candela, ombre, bisbigli, sguardi eterni, attimi dilatati, lo sciamano che ci dà la possibilità di fargli domande e assistere alla cerimonia. Una cerimonia lunghissima, il ritmo del tamburo che ti assorbe piano piano, quanta fatica! Movimenti sempre più frenetici, ritmo forsennato. Ora danza, salta, urla, sbuffa… è in viaggio verso l’altro mondo invocando gli spiriti del lago, dei monti, dei boschi. “Qual è il senso della vita?” chiedo allo sciamano, lui dice: “Per me il senso della vita è la via dei miei pensieri”. Perché ci troviamo lì proprio noi? Neve, nevica e c’è vento, in questa notte d’Ottobre.
(…) Verso sud, Tsagannuur, Ulum Suum, Moron. Bufera di neve! Lasciamo un posto che forse non rivedremo mai più. …Forse. Ore ed ore in viaggio mentre la coltre bianca ammanta tutto, non si vede più niente. Avvolti dall’incertezza, dall’insicurezza dalle paure; eppure nella profondità dell’essere c’è una gran calma e leggerezza, si sente nell’abisso che non si è soli. Gli spiriti, nostri compagni di viaggio, ci proteggono ed è tutto così forte, palpabile!
(…) Quanti incontri e quanti saluti. Addii? Gli uomini renna nella taiga, le famiglie nomadi che ci hanno ospitato, gli sciamani veri maestri della trance, gli yak silenziosi al pascolo, le renne, i monti e i boschi, i fiumi, il cielo, le nuvole, la pioggia e il vento, la neve e le aquile che libere fluttuano e poi i cavalli al vento. Paesaggi, solo paesaggi, paesaggi dell’anima, ancora gli sguardi incantati e incantatori dei bimbi.
(…) Si è sempre in viaggio, sempre verso un posto che non si raggiungerà mai o che forse si è raggiunto da sempre. Sembra di sentire le parole di Don Genaro, lo sciamano citato da Castaneda: “qualche volta sento che sto per arrivare a Ixtlan…ma poi mi accorgo che sono ancora in viaggio per Ixtlan, sulla strada solo fantasmi”. Sulla strada, emozioni, tanti sentimenti.
(…) Non lasciamo i duemila metri di altitudine, per tutta la notte in mezzo al niente. Il mondo della non materia fa sentire la sua presenza, se ne è avvolti nel quotidiano, lo si tocca e lo si sente soprattutto dalle più semplici e banali cose… e come è difficile, oggi, essere semplici! Direbbe Jung.
(…) Nella preparazione del pranzo si è immersi in un fluire di energie. Ecco la trance, uno stato di coscienza fluido e misto. Il mondo materiale che sembra relegato sullo sfondo e gli spiriti che paradossalmente si toccano e ti toccano, in una fusione di due mondi, in una coscienza scardinata, frantumata, disintegrata, grazie a sguardi, gesti, paesaggi, flussi!
(…) Si arriva a Moron ben oltre la mezzanotte, un ritorno graduale verso la civiltà, il mondo degli uomini, delle leggi e della ragione, della normalità, delle certezze e delle sicurezze; ed ecco il ritorno dell’angoscia, dell’ansia. Quanti mondi ci siamo lasciati dietro! Dove sono ora quegli attimi di presenza, quegli sprazzi di lucidità, quegli istanti di vita, quando non è difficile ricordarsi di se stessi: “si io sono qui… io mi ricordo di me stesso”? È  l’autoricordo di cui parla Gurdjieff! Il grande vuoto, un grande mondo che lentamente si allontana dalla nostra vista. Ancora, “dove siamo, dove stiamo andando, chi siamo?” Stordita, la mente cerca continuamente di riorganizzarsi in un fluttuare senza senso e senza scopo.
(…) Moron, Shine Ider, e oltre,  verso le montagne del Khorgo. Un viaggio nel viaggio, dentro, ancora e ancora ansia, angoscia; paura da scoppiare, da esplodere, vivere il senza fondamento, l’abgrund, l’essere estranei all’essere. Si è sempre nomadi dentro! Tutto il giorno sul furgon verso sud. Ecco una valle incantata, accogliente e rassicurante, e di nuovo la madre terra (la Mongolia) diviene generosa e affettuosa. Siamo di nuovo guidati lungo il sentiero. È notte nuovamente, notte in una ger, vento fortissimo! Il crepitio della legna che arde mi sveglia e siamo ancora on the road, verso il monastero di Erdene Erze Zum, che fu l’antica capitale mongola sotto Genghis Khan.
(…) Continua questo vagare nel nulla, che non è il niente. Questi spazi enormi in cui affogare, scomparire. La Mongolia, il viaggio nel vuoto, nel senza casa. Tutto ci fa sentire il nonsense del vivere, il nonsense che permea l’esistenza, nonsense che più esorcizzi e più affiora. Quante aquile in quella valle! E con loro, lo spirito si libra leggero e libero verso altezze da vertigine e poi verso sera ecco il nano di Zarathustra, la gravità che tira giù, che tiene giù.
(…) Ho consumato la vista; quanti paesaggi, scorci di nude realtà non mie, finalmente non mie! L’accarezzare, lo sfiorare il mondo senza violenza, senza lasciare tracce. Qui nulla si prende, nulla si cattura, nulla si fa proprio; è solo un innocente getto di sguardi, come gli occhi dei bimbi che ogni attimo creano il nuovo mondo. Viaggio in atmosfere incantate, panorami straordinari, siamo in uno stato di trance continuo e la coscienza razionale fa capolino – ma sonno attimi fugaci - per ricordarci chi siamo: la nostra storia personale, il nome, il ruolo, il senso e lo scopo, i progetti, il viaggio…
(…)  Ad ogni villaggio che attraversiamo, il benvenuto ci è dato dai bimbi da ger isolate in valli senza tempo. Immensità! Assenza e vuoto… questo è la Mongolia.
(…) E sul Terkin Tsagaan Nuur, il lago bianco, siamo soli! Col vento impetuoso, la natura si mostra quanto sia difficile rimanere con i piedi per terra! Qui gli spiriti ancora parlano, si fanno udire, sentire; soffiano il soffio originario, la psiche, l’anima. Tutto passa e nulla è per sempre, e l’Io ne è ferito, l’Io che crede ancora di non morire.
(…) Il vagare torna ad essere spensierato tra la neve del passo del Khorgo e ancora avanti… È il vagare senza meta, l’assenza di senso, il continuo avvicendarsi delle emozioni. “Primavera, Estate, Autunno, Inverno…e ancora Primavera”, del regista coreano Kim Ki-duk. Siamo vagabondi, nomadi del mentale. Sono inutili le domande alla ricerca di un significato nascosto… Qui i cavalli corrono col vento, liberi e sereni, al galoppo su una terra immensa, e il vento ancora soffia forte.
(…) In questa terra sconfinata la presenza umana è irrilevante… Qui non c’è niente da ‘fare’… Qui si vive e basta, si è avvolti da un presente senza scopi, in una condizione di beatitudine atemporale, per dirla con Jung. Il cavalcare, gli infiniti pascoli e il profondo silenzio, il contatto forte con gli elementi della natura. Cos’è il vivere?
(…) Notte accanto al monastero in stile cinese, mongolo e  tibetano. Lettura di un sutra per l’illuminazione, per il nirvana, la più dolce delle asfissie. Tutto così strano, senso di vuoto, cercare qualcosa che qui non c’è… La ricerca è finita perché non c'è niente da cercare? “The answer, my friend, is blowing in the wind” direbbe Bob Dylan. I volti delle statue dei Buddha cinesi sembrano ironizzare sulla sorte umana, alcune sorridono e sembrano dire: “tanto non c’è un senso, tanto è inutile cercare tanto…la realtà è questa… è solo questa… tutto è già qui…. altro non è importante.” Statue che sembrano ridere di noi. O forse ridono con noi? Consapevoli di quel grande gioco che è il mondo.
(…) C’è un vento impetuoso, tempesta di polvere, gli spiriti ci abbracciano forte, ci soffiano contro per poi spingerci avanti. Dove andranno le nostre emozioni? Dove andremo dopo questo viaggio? “Dove andremo dopo la morte?”, chiedo al vecchio lama del monastero: “Niente è per sempre, la vita non è per sempre e neanche la morte dura per sempre”. Andiamo a casa sua, una benedizione, ne avremo bisogno in questo viaggio a Ixtlan.
(…) Ritorno ad Ulaan Batoor, forse un primo passo verso la coscienza vigile.
(…) Il monastero dei bimbi (amarbayasgalant), le facce dei piccoli monaci, piccoli buddha, la calma  di quella valle incantata, sperduta tra le linee del tempo, in una realtà parallela. Il passaggio attraverso una porta, l’immersione in un’atmosfera fluttuante, il contatto con il sé cosmico; sarò stato un piccolo monaco? Sono un piccolo monaco! Terra semplice, immensa e pura, l’ultimo saluto degli spiriti che resteranno con noi, per molto e oltre. Ci accompagneranno ovunque vorremo. Splendido il sole, poi un lago, il fiume, il bosco, l’erba, il vento. Lo scivolamento tra piani di coscienza, il mischiarsi, il fondersi, l’amalgamarsi, il compenetrarsi e la non differenza. Tutto è qui. La giovane sciamana Tsataan che ci dice: “il contatto con gli spiriti è continuo… quando lavo al fiume o quando cucino… quando accendo il fuoco o spacco la legna… sempre in contatto”… L’uomo e gli spiriti, sì gli spiriti; cosa saranno mai questi spiriti che anche noi abbiamo sentito così forte?
La trance, il tamburo che squarcia il velo tra i mondi e conduce verso le entità degli alberi, delle rocce, verso gli antenati, la madre terra, la notte arcaica e le potenze benefiche. Il vecchio lama per cui la morte non è per sempre; quante piccole morti in questo viaggio, l’io in continuo affanno, il barcamenarsi continuo per non affogare, per non morire. Come ogni viaggio anche questo non finisce, non potrà mai finire. Ora, a distanza di mesi,  i ricordi affollano la mente. Intanto sento che in qualche luogo, forse tra le pieghe del tempo, ancora vive, ancora è in viaggio Mario, tra le sterminate distese e il vento, le renne, i bimbi, il non senso, i boschi, i laghi e i ruscelli, le voci, i volti, la trance, gli sciamani.
Sì, sento che ancora sono in viaggio, lo sarò sempre… e non da solo. Lungo strade che hanno un cuore e sotto un cielo nel quale puoi riconoscere l’eco del volo libero di un’aquila… Sotto il cielo, anzi… sui cieli di una terra meravigliosa, la Mongolia.

 

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