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Il termine motivazione conserva nel linguaggio psicologico, non meno che in quello comune, una sostanziale indeterminatezza. Esso viene usato, infatti, in riferimento a pulsioni, processi e comportamenti abbastanza eterogenei: la tendenza dell’organismo a soddisfare bisogni primari, l’attività esplorativa del bambino piccolo, la curiosità dello scienziato, il desiderio di riuscire in un’attività e la pura di fallire, ecc.

Sinteticamente si vuole indicare la causa o il motivo che spingono un essere vivente ad effettuare un'azione o un comportamento.

Il termine motivazione ha suscitato interpretazioni assai diverse a seconda dell'impostazione teorica di riferimento, ed un notevole contributo allo studio della motivazione è derivato dagli ambiti propri della biologia e della psicologia. La teoria evoluzionistica di Darwin interpretò il concetto di motivazione come parte essenziale del processo di adattamento. Dagli studi effettuati su individui separati dalla altri membri della propria specie fu possibile evidenziare il ruolo della variazione del comportamento in funzione di un migliore adattamento al nuovo habitat: la motivazione quindi, legata alla sopravvivenza, contribuisce a variare i comportamenti specie-specifici in relazione alle variazioni ambientali (potenziare i comportamenti che offrono maggiore probabilità di trasmettere i propri geni ed estinguere quei comportamenti disadattivi che contribuirebbero alla propria estinzione).

In questo modello uomini ed animali si posizionano su di un continuum: le caratteristiche di ogni individuo, legate indissolubilmente al suo comportamento, hanno un valore funzionale ai fini dell'adattamento ("la sopravvivenza del migliore").

Uno dei primi psicologi ad occuparsi di motivazioni fu il funzionalista James che, al contrario dei suoi contemporanei associazionisti (Wundt e Titchener, assolutamente non interessati allo studio degli aspetti motivazionali) contribuì nell'attribuire all'uomo, più che ad ogni altro animale, la dotazione degli istinti come guida per il comportamento. Dai funzionalisti fu approfondito lo studio della motivazione per l'importanza che le veniva attribuita nella funzione di adattamento. James considerava preminente il valore dell’istinto, tanto da considerare la motivazione basilare per l’esistenza, così come McDougall considerava gli istinti i primi motori del comportamento, anche prima della percezione, ritenendo che l’individuo percepisce quello che è motivato a percepire, ma che, allo stesso tempo, l’oggetto percepito genera delle reazioni che spingono all’azione. Il fisiologo Cannon coniò il termine omeostasi per spiegare che la motivazione serviva per riportare le funzioni dell’organismo in una condizione di equilibrio ideale, con la riduzione della tensione prodotta da un bisogno insoddisfatto.
Anche la psicoanalisi utilizzò il concetto di motivazione per spiegare come ogni azione fosse determinata da pulsioni inconsce ed orientata verso il soddisfacimento dei bisogni stimolati dalle forze "idrauliche" ed irrazionali insite nella natura umana. Questo modello voleva essere una metafora del gioco dinamico degli istinti in cui il ripristino dell'equilibrio energetico-mentale consegue al soddisfacimento dei bisogni. La teoria idraulico-pulsionale di Freud difese il ruolo della motivazione e lo introdusse, come elemento fondamentale, nello studio della psicologia e della psicopatologia. Freud spiegava l'evidenza comportamentale come la risultate manifesta di forze interiori antagoniste che lottavano per emergere: la vita (Eros, il principio del piacere) contro la morte (Thanatos, il principio della morte). Freud immaginò un modello topograficamente esplicativo della mente umana suddiviso in una parte inconscia (al di sotto del livello di consapevolezza), una parte preconscia che, anche se non immediatamente disponibile, comunque accessibile in analisi, ed una parte conscia in cui predominava la consapevolezza. Nell'inconscio Freud trovò una collocazione topograficamente esplicativa per l'origine e la funzione del processo istintuale. Partendo da questa sede l'istinto esige il soddisfacimento dei suoi bisogni, e, non essendo sempre possibile trovare soddisfazione, l'uomo (l'Io) trova nei meccanismi di difesa (dalle esigenze pulsionali) una possibilità per contenere il disagio e la sofferenza prodotta dall'insoddisfazione.
In campo etologico, Tinbergen considera l'istinto come un meccanismo nervoso di ordine superiore, sensibile sia alle esigenze interne che alle richieste esterne dell'individuo. Sempre nella ricerca etologica Lorenz considera l'istinto derivato da un nucleo fisso ereditato, così come le strutture anatomiche specifiche. Lorenz introdusse in psicologia il termine drive (trieb)  in opposizione al termine istinto  (troppo statico e determinato), termine che venne usato dai comportamentisti per indicare una spinta tale da energizzare un comportamento diretto verso uno scopo: il drive indica l’aspetto dinamico della forza che porta a un comportamento (osservabile e misurabile),  può azionare comportamenti diversi orientati verso lo stesso bisogno, e diventa l’esigenza necessaria per il buon funzionamento o per la sopravvivenza dell’organismo. Quando l’individuo mette in pratica comportamenti atti a soddisfare un bisogno, determina una diminuzione del drive, una volta che questo sia soddisfatto. Hull incluse l’idea del rinforzo nell’espressione di un comportamento motivazionale e formulò un’equazione che teneva conto della teoria del drive come spinta verso il soddisfacimento di un bisogno, seguendo tre fattori:

  • a) il drive (l’individuo lo prova come stato di bisogno);
  • b) l’incentivo (il valore dello stimolo esterno in grado di diminuire lo stato di bisogno)
  • c) l’abitudine (l’abilità dell’individuo ad eseguire il comportamento in base alla sua esperienza.

La sua equazione C = D x I x A dove C è il comportamento, D è il drive, I è l’incentivo e A è l’abitudine significa che l’intensità e la probabilità che un comportamento abbia luogo aumentano se aumenta l’intensità dei fattori, ma anche che se uno dei fattori è uguale a zero il comportamento non verrà emesso. Da un punto di vista comportamentale la motivazione si intende come il raggiungimento di uno scopo: tanto più lo si desidera, tanto più vengono messi in atto comportamenti per raggiungerlo. Il livello di motivazione influenza enormemente le scelte vocazionali e occupazionali di un individuo. I successori attuali dei comportamentisti indicano tre fattori che possono influenzare la motivazione: a) il livello di ambivalenza dell’individuo nel raggiungimento dello scopo; b) la sua abilità nel vedere con chiarezza lo scopo e c) la sua capacità di suddividere lo scopo in compiti più semplici. Anche il concetto di drive ha subito degli aggiustamenti: una obiezione al concetto di drive è che esso presupponeva un seppur minimo livello di attivazione, mentre esistono numerose situazioni in cui gli individui ricercano l’attivazione (come quando ci si annoia). Si è quindi modificata la teoria del drive introducendo il concetto di livello ottimale di attivazione, le cui variazioni (in più o in meno) sarebbero spiacevoli come descritto per l’omeastasi. Questo livello ottimale sarebbe inoltre specifico di ogni individuo, ma anche nello stesso individuo, in rapporto alle singole situazioni.
Secondo l'approccio comportamentista comportamenti anche complessi sarebbero originariamente motivati da bisogni fisiologici di base ad essi connessi attraverso processi di condizionamento.
In un classico esperimento Miller (1948) mostrò il potere motivante della paura appresa nei ratti e cercò di collegare stimoli appresi a pulsioni secondarie (anche esse apprese). Gli animali venivano posti in una gabbia che conteneva, divisi da una porta, uno scompartimento bianco e uno nero. Dapprima agli animali, posti nella parte bianca, venivano somministrate delle scosse elettriche attraverso il fondo metallico della gabbia. Essi impararono velocemente a rifugiarsi nel compartimento nero passando attraverso la porta aperta.
Dopo un certo numero di addestramenti la porta venne chiusa e, nonostante le scosse non venissero più somministrate, essi appresero a girare una ruota che permetteva loro di uscire dallo scompartimento bianco. Si era creata una nuova pulsione appresa: l'originaria motivazione ad evitare il dolore della scossa aveva quindi determinato l'apprendimento di una serie di nuovi comportamenti connessi alla paura, anch'essa appresa, per il colore bianco. Questo non dimostra però che tutte le motivazioni secondarie siano furto di apprendimento e di trasformazioni di pulsioni primarie.
Secondo Allport (1961) le pulsioni secondarie non sono trasformazioni di quelle primarie, infatti alla base del comportamento motivato umano vi sono una serie di azioni ripetute legate a dei successi: le ripetizioni e il consolidamento di queste azioni producono delle vere e proprie abitudini che danno vita ad una motivazione autonoma dagli originari nessi causali, le ricompense si trasformano in nuovi bisogni; (per esempio un lavoro inizialmente svolto per sopravvivere nel momento in cui apporta anche delle soddisfazioni porta ad una nuova motivazione, cioè la motivazione al successo). Le critiche rivolte a questo modello sono che non tutte le azioni ripetute diventano abitudini e che non è evidente l’autonomia dalle motivazioni primarie.
Con il cognitivismo, le motivazioni sono viste come concetti dinamici, che mutano nelle interazioni con l’ambiente. Le informazioni in entrata provocano una continua ristrutturazione dei piani progettati per il conseguimento degli obiettivi. Una critica rivolta a questa teoria è che non in tutte le motivazioni c’è un’importanza fondamentale delle funzioni cognitive (es. fame e sete). Se si trascura questo aspetto, parlando di motivazione in termini di elaborazione delle informazioni si rischia di riferirsi esclusivamente a dei bisogni secondari.
Nell’uomo l’elaborazione di processi cognitivi spinge le motivazioni molto più oltre la gestione degli istinti o dei comportamenti specie-specifici, come avviene negli animali. Maslow propose una gerarchia di motivi essenziali per lo sviluppo umano. Considerò una scala di motivazioni con i bisogni fisiologici alla base, il cui soddisfacimento è fondamentale per la sopravvivenza ma, una volta ottenutolo, l’uomo sale il gradino e va alla ricerca della sicurezza, cercando si sopprimere ogni preoccupazione ed ansia. Superato anche questo stadio si passa alla ricerca di soddisfazione di amore e di possesso, con il senso di essere accettati ed amati, di appartenere ad un gruppo e di possedere un posto o un territorio e, in qualche modo, anche una persona. Questi bisogni, ai primi tre gradini della scala, rispondono al principio della riduzione del drive, nel senso che il loro raggiungimento fa estinguere il comportamento di ricerca. Salendo nella scala si passa a quelle motivazioni che non esauriscono il drive, come il bisogno di stima che include quella degli gli altri e quella per se stessi; i bisogni cognitivi di capire, esplorare e conoscere; i bisogni estetici verso la bellezza. Infine, al culmine nella gerarchia, si trova il bisogno dell’autorealizzazione e del successo che porterebbe a esprimere il proprio potenziale. La formulazione di questa gerarchia di bisogni ha suscitato molto interesse perché riguarda, nella parte più alta, bisogni esclusivamente umani come quello per il raggiungimento di un traguardo, che si accompagna al bisogno di competitività, o per la realizzazione del successo personale. Così allo sviluppo delle azioni motivate dal soddisfacimento dei bisogni fisiologici segue l’iniziale affermazione di sé attraverso prima l’esplorazione, poi il rapporto attivo ed affettivo con l’adulto, poi ancora la definizione di sé in relazione agli altri ed infine lo sviluppo di comportamenti di imitazione-competizione culturalmente derivati. Letta in questa chiave la scala di Maslow può essere considerata, in chiave evolutiva, come una sintesi della ontogenesi dei motivi sociali e biologici secondo il loro ordine di apparizione.
Si possono quindi distinguere motivazioni primarie, quali fame, bisogno di dormire,bisogno di cure parentali, bisogno di esplorazione, sessualità ;  motivazioni secondarie quali la motivazione al successo e bisogno di affiliazione.
Nelle definizioni possiamo vedere come la parola motivazione sia stata interpretata e definita in molteplici modi: talvolta è diventata sinonimo di istinto, di pulsione, di drive, di trieb; talvolta invece sono stati attribuiti significati completamente diversi ai diversi termini.
Queste difficoltà di definizione sono legate all'interpretazione che ciascun modello teorico ha fatto del concetto di motivazione, talvolta allargandolo includendovi aspetti istintuali e bisogni, talvolta restringendolo in riferimento ai soli motivi.
Un'interessante (e metodologicamente utile) prospettiva ci viene proposta da Teitelbaum che ci offre la possibilità di discriminare i vari "tipi" motivazionali (distinguibili per complessità di integrazione) in relazione all'espressione del comportamento manifesto. L'autore distingue il comportamento manifesto in  1) comportamento riflesso; 2) comportamento istintivo (o specie-specifico) e 3)  comportamento motivato. Per comportamento riflesso intende una sequenza stereotipata  attivabile automaticamente in relazione a stimoli specifici, ma anche aspecifici. Per comportamento specie-specifico intendiamo sempre un comportamento innato di tipo istintivo, ma che viene "condizionato" dal contesto ambientale: in questo caso la componente affettivo-valutativa diventa la spinta del comportamento. Questo tipo di comportamento è l'espressione di un adattamento filogenetico depositato nel patrimonio genetico della specie. Il comportamento (su base filogenetica, ma soprattutto ontogenetica) non avrebbe luogo se non fosse già iscritto nel DNA come possibilità espressiva. Il comportamento motivato è quello intenzionale, cioè diretto ad una  meta ed accompagnato dalla corrispondente motivazione a raggiungere lo scopo: in questo caso non esistono trame istintive preformate che collegano "automaticamente" un determinato stimolo ad una gamma di risposte possibili. In questo caso non c'è strutturalmente nessun tipo di collegamento se non legato a fattori di apprendimento e motivazionali (esempio: condizionamento operante).
L’apprendimento, concepito quale processo dinamico, vasto e complesso, contempla in sé un’azione messa in atto rispetto ad uno scopo da raggiungere. Tale azione viene elicitata mediante l’anticipazione del conseguimento dell’obiettivo prefissato, che ne costituisce il principale movente. Da qui consegue che non c’è apprendimento senza fattori motivazionali soggiacenti. Questi fattori orientano le attività dell’organismo verso la meta e possono essere consci o inconsci, transitori o persistenti e possono essere descritti in termini psicologici o neurobiologici
Il concetto di motivazione intrinseca è stato inizialmente utilizzato dalla psicologia per spiegare vari comportamenti “spontanei” quale l’esplorazione di spazi nuovi e la manipolazione di oggetti interessanti: comportamenti che sembrano verificarsi indipendentemente da ogni contingenza di rinforzo. Gradualmente il concetto ha acquisito un significato più ampio per spiegare un’ampia gamma di attività volte a conseguire finalità rilevanti per il soggetto. Quando la motivazione è intrinseca il soggetto è spinto internamente ad eseguire un determinato comportamento. La motivazione è definita estrinseca quando l’ambiente fa pressione sul soggetto che si trova “costretto” a manifestare un comportamento compiacente, che non produrrebbe in assenza di rinforzi, di punizioni o di minacce. Ma la dicotomia non è così banalmente ben definibile: attraverso lo svilupparsi di processi in internalizzazione ed integrazione si può indurre una motivazione intriseca autodeterminata. La tendenza all’assimilazione e all’integrazione può spingere le persone non solo a fare quello che a loro interessa, ma anche ad intenalizzare ed ad integrare il valore e la regolazione di attività che possono non interessare. Questi sono i processi che consentono alla motivazione estrinseca di diventare intriseca e così promuovere “apprendimenti” di alta qualità.
Un problema rilevante infatti è rappresentato dal fatto che vi sono persone che si scoraggiano presto di fronte alle difficoltà da affrontare abbandonando i propri scopi, mentre altre le superano con successo pur avendo livelli eguali di capacità. Alcuni studiosi hanno distinto due principali modelli cognitivo motivazionali di risposta: il primo, fondamentalmente disadattivo, denominato helpless, consiste nel rifiuto delle difficoltà e nel deterioramento della performance di fronte agli ostacoli; il secondo, più adattivo, denominato master oriented, consiste nel cercare le situazioni impegnative e nel mantenere una tensione dopo il fallimento. Sentirsi  competenti ed efficaci è molto importante per mantenere alta la motivazione di un individuo al compito.
Bandura ha condotto un vasto programma di ricerca finalizzato a scoprire che cosa promuove nell’individuo il senso di auto-efficacia  ed a mostrare come questa sia determinante in una grande varietà di situazioni interpersonali e sociali, nel mondo del lavoro e nei comportamenti connessi con la salute.
L’individuazione di diversi livelli motivazionali riveste una grande importanza in campo applicativo :

  • motivazione al consumo: studio delle motivazioni che inducono una persona a comprare un determinato oggetto. Attraverso l’ uso di interviste in profondità, che differenziano aspetti motivazionali superficiali da altri più profondi, sono stati evidenziati i ruoli dei fattori emotivi (bisogno di dipendenza e prestigio etc..) nella scelta di un determinato prodotto.
  • motivazione al lavoro: è stato dimostrato che la m. al lavoro non risiede solo negli incentivi economici ma anche nel bisogno di affiliazione cioè di stare insieme ad altre persone e di sentirsi accettato dal gruppo e nel bisogno di autorealizzazione.

Questo porta a pensare che sia utile passare da una leadership tradizionale orientata al soddisfacimento dei soli bisogni primari di sicurezza dei dipendenti attraverso gratificazioni di tipo concreto ad una leadership partecipativa, volta a soddisfare i bisogni sociali e di autorealizzazione dell’individuo.

Fonte: (Riassunto da) "Psicologo verso la professione" , P.Moderato-F. Rovetto; ed. Mc Graw Hill 

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